ERNIA CERVICALE: TRE SINTOMI DA NON SOTTOVALUTARE

L’ernia cervicale è un problema molto comune della colonna vertebrale. Molti soggetti ce l’hanno senza saperlo mentre per altri causa sintomi, a volte, gravi e invalidanti.

Vedremo tre sintomi da conoscere assolutamente e da riferire al proprio medico, così come una serie di altri sintomi associati a questa problematica. Ne parliamo con il Prof. Carmine Franco, Docente presso la laurea in Scienze Infermieristiche dell’Università La Sapienza Polo di Latina, che svolge la sua attività chirurgica presso l’ICOT di Latina.

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Professore, quali sono le cause dell’ernia cervicale?

“Atteggiamento e postura del corpo errati, aumento dei carichi sul rachide, traumi cervicali con relativo colpo di frusta, sono alcune delle cause. Qui parliamo delle vertebre cervicali, precisamente delle prime sette della colonna. Anche qui come a livello lombare, anche se con frequenza minore, i dischi tra una vertebra e l’altra possono essere soggetti a schiacciamento, usura disidratazione e rottura. Quando quest’ultima avviene il materiale all’interno del disco, il nucleo polposo, esce e può comprimere la radice nervosa posta a fianco o, più raramente se va centralmente, il midollo spinale”.

Quali sono le sedi più interessate?

“Nella maggior parte dei casi l’ernia cervicale colpisce i segmenti C5-C6 e C6-C7, anche se può colpire qualsiasi livello. Si tratta di un’evenienza abbastanza comune. Molti studi indicano che fino al 70% della popolazione adulta ha una piccola/media ernia senza alcun sintomo”.

Quali sintomi può dare?

“Il sintomo più importante è il dolore al braccio che parte dal collo tipicamente su un solo lato, passa per la spalla e decorre lungo il braccio. La causa è dovuta all’irritazione della radice nervosa da parte dell’ernia ed è il segno che distingue un semplice mal di collo da una potenziale ernia cervicale. Un altro sintomo importante è il formicolio o la perdita di sensibilità lungo il braccio fino ad arrivare alle dita della mano. Il terzo ma non meno importante è la perdita di forza al braccio o alla mano. Se questi sintomi sono presenti, recenti e piuttosto acuti vanno riferiti immediatamente al proprio medico che capirà se è necessaria una visita specialistica neurochirurgica o esami specifici, quali la risonanza magnetica e un eventuale esame elettromiografico, che possono permettere una diagnosi”.

Vi sono altri sintomi associati?

“Quelli che abbiamo visto sono i tre sintomi principali, cioè quelli più preoccupanti dell’ernia cervicale. Altri sintomi associati all’ernia cervicale sono vertigini e sbandamenti che addirittura sono i disturbi meno sopportati dai pazienti poiché limitano fortemente la propria autonomia, perché si può convivere con il dolore ma non con la sensazione di essere costantemente in barca. Questi sintomi sono dovuti alla rigidità e verticalizzazione del collo che spesso accompagna l’ernia cervicale. Un altro sintomo riferito spesso dai pazienti e la sensazione di gambe molli, questo sintomo salvo che non ci sia un’ernia cervicale che comprime sul midollo è dovuto al fatto che quando ci sono forti tensioni muscolari a livello del collo e della nuca è frequente avere la sensazione di gambe che non rispondono al 100%”.

Che cosa fare?

“Prima di pensare a un intervento chirurgico bisogna tentare sempre la strada conservativa. S’inizia con una terapia medica con farmaci antiinfiammatori, miorilassanti, corticosteroidi eventualmente seguiti da trattamenti non invasivi come il laser 3 Chronic ad alte dosi. Quest’ultimo può essere efficace in questi tipi di ernie, bastano dalle sei /otto sedute per avere risultati ottimali e di cui il Medical Pontino è il centro di riferimento per il sud del Lazio”.

Quando è necessario ricorrere all’intervento e quali sono i rischi?

“In tutti i casi in cui vi siano dei deficit motori o la terapia conservativa non ha avuto efficacia, è necessario ricorrere all’intervento chirurgico. L’intervento avviene in microchirurgia praticando una piccola incisione sulla parte anteriore del collo. La ripresa è veramente rapida, il paziente è in grado di camminare autonomamente il giorno successivo all’intervento. È dimesso a distanza di 48 ore con l’uso di un collare per trenta giorni. E’ un intervento, che se eseguito da un Neurochirurgo esperto, è breve e i rischi sono minimi e rari. Sono rappresentanti da emorragie, formazione di ematomi con difficoltà respiratorie, infezioni, mobilizzazione del mezzo protesico in caso di fusione ossea inadeguata. Chiaramente queste evenienze sono limitate con una pianificazione attenta dell’intervento e l’uso di materiale e tecniche mininvasive”.

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Autrice Morena Di Stefano

Carmine FrancoProf. Carmine Franco, Docente presso la laurea in Scienze Infermieristiche dell’Università La Sapienza Polo di Latina

 

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